Nel bel mezzo di un pomeriggio afoso a Calcutta, Edoardo Tiretta — penna elegante e cravatta leggermente disallineata — si ritrova, più per circostanze che per volontà, ospite d'onore di un ricevimento coloniale dove si serve più umidità che tè. L'atmosfera è satura di vapori, profumi troppo forti e convenevoli sfiancanti. I ventagli si agitano con la stessa furia con cui si agitano le convenzioni: tutti sorridono, pochi dicono la verità.

In questa cornice, fatta di saloni troppo larghi e pettegolezzi che viaggiano più veloci dei cavalli da posta, prende forma una cronaca lucida e vagamente infastidita. Tiretta scrive da un angolo d'ombra, osservando il tutto con l'occhio critico di chi è abituato a corti europee ben più teatrali e ben meno sudate. I suoi appunti non sono semplici righe: sono piccole vendette letterarie, raffinate come le fibbie delle sue scarpe.

Tra i presenti, dame in abiti color mango e gentiluomini che somigliano più a botti ambulanti che a strateghi imperiali. Le frasi in francese si spezzano come biscotti inzuppati male, mentre l'inglese impomatato rimbalza contro le colonne dorate con l'eleganza di un cucchiaino di stagno. Edoardo, intanto, annuisce con la pazienza di un uomo che ha attraversato continenti e scandali senza perdere l'ironia..

È in questo clima — tra l'ennesimo brindisi al progresso e un curry misteriosamente fluorescente — che Tiretta tira fuori la sua agenda personale. Le sue lettere non sono solo resoconti, ma piccoli trattati sullo sfasamento tra ciò che si mostra e ciò che si è. Dietro ogni parola scritta si intravede il peso del viaggiatore, del commerciante, dell'architetto. Un uomo che, nella dissonanza tra Venezia e Calcutta, ha trovato la propria lingua.

Quanto alla sua genealogia, è un'altra storia ancora. Le origini veneziane di Edoardo Tiretta si intrecciano con parenti che scrivevano, commerciavano e — con ogni probabilità — litigavano per l'eredità del nonno. C'è chi lo dice cugino di un vescovo caduto in disgrazia, chi lo associa a un diplomatico in fuga da Vienna. Di certo, i Tiretta erano bravi a fare tre cose: parlare bene, sparire meglio, e farsi ricordare a modo loro.

«Mi stanno cercando ovunque, tranne nel posto in cui prendo il tè ogni giorno... il che è esattamente come mi piace», sussurra Edoardo con aria complice.

Fotografia scattata presso la biblioteca di Borgo Cavour "Giovanni Comisso"

E così, mentre il tramonto sfuma in arancio e il ricevimento volge verso quella parte della serata in cui anche gli aneddoti iniziano a sciogliersi nel gin, Edoardo chiude il taccuino. Lascia sul tavolino una penna ancora umida d'inchiostro e un'ultima occhiata sarcastica all'intero teatro coloniale. Poi si alza, lento, come chi sa che domani ci sarà un altro salotto, un altro ricevimento… e forse un'altra lettera, da firmare con il sigillo elegante della propria insofferenza.